Eccomi qui, ferma immobile su un letto nell'appartamento di Formentera.
Ho avuto l'ennesima crisi di pianto e nervi, complice una discussione con una compagna di viaggio.
Lo avevo detto che non volevo partire, lo avevo detto che non era una buona idea.
Ma stamattina, sul traghetto da Ibiza, quella brezza marina mi aveva messo di buonumore, quasi tranquillità.
Poi è arrivata la stronza, sì lo stronza di turno e tutto si è capovolto.
L'umore ai minimi storici, la depressione galoppante, i singhiozzi, la voglia di tornare a casa subito.
La vergogna di farmi vedere così fragile
Il senso di colpa di non essere né di compagnia né di gancio tra le persone che non si conoscono.
Ma soprattutto la sensazione di sconfitta.
Io, vinta dalla vita.
Proprio vero che il viaggio può non aiutare affatto e anzi, caricare ancora di più in valigia i fardelli che si portano.
Io al momento spero in un bel colpo, un infarto che mi si porti via così non devo più dare spiegazioni, non devo sbattermi per farmi vedere più serena, non devo più essere così triste da far venire tristezza e compassione agli altri.
Questo non dipende da Daniele.
Lui è stato solo la miccia.
Ha scatenato tutte le mie insicurezze e i mostri della vulvodinia, tutto quello che stavo tacendo da anni.
Daniele non c'entra, anche se oggi avrei voluto scrivergli con rabbia per dirgli "È colpa tua se sto così, è colpa tua se non mi diverto in vacanza e piango, se butto soldi in viaggi che finiscono male".
Ma lui non c'entra, e sotto sotto forse è stato una benedizione per capire quanto, prima che arrivasse lui, mi sia illusa.
Illusa di star bene, di aver trovato un equilibrio, dei progetti per me, degli obiettivi.
Balle.
Ho voluto non vedere, ho voluto sotterrare quella parte di me nera, ai limiti della sopravvivenza e dell'autosabotaggio.
Ed eccola qua che emerge, più forte che mai, più forte di sempre.
È emersa perché ho tolto il velo di Maya dopo di lui, e sono nuda davanti a me stessa sola.
Questo mi sconforta e mi impaurisce, perché percepisco più che bene questa aura di depressione.
Quella che psyco continua a negare, ma io adesso la sto toccando forte, la stringo nelle mani.
È la voglia di non fare più niente per me stessa, di non riemergere più, di evitare di scomodarmi perchè so che ogni risultato ottenuto è fuffa, illusione, ipocrita convincimento di farcela.
Devo mettermi invece nella prospettiva che Elena non è una persona normale, ma è una malata e come tale va trattata e come tale si deve percepire, perché è la sua vera natura.
Inutile fingersi qualcun altro, pretendere da me stessa di scalare montagne con le infradito.
Io sono questa, resistente a ogni psicoterapia o motivatore.
Sono devastantemente chiusa nel mio dolore perenne, dolore di undicenne da cui non sono mai più uscita.
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