C'e un tempo per tutto, dicono.
A me sembra solo che mentre tutti vanno avanti io rimango sul piedistallo del mio orgoglio, appoggiato su una polvere di sogni sempre più schiacciata a terra, e aspetto.
So aspettare, mi viene benissimo.
So aspettare che qualche ingranaggio della mia vita standardizzata si sgrani lasciando il posto all'imprevisto.
Mi piace pensare che un giorno quell'imprevisto mi aspetti sotto il portone di casa.
Non mi aspetta mai nessuno sotto il portone di casa.
Manco agli altri sempre meno di quanto manchino loro a me.
È arrivata un'altra estate, e altre vacanze in solitaria.
Quanto ho sperato che nei mesi uscisse fuori una persona che mi dicesse "questa volta non devi pensare a niente, ti porto via con me".
Pensieri frivoli di una donna che non sa se sentirsi più autonoma o solo più sola.
Stasera mi mancano le preghiere di nonna e zia, le vecchiette della famiglia che ogni volta che parlavano di me mi raccomandavano al signore, perché ero una brava ragazza che non va a zonzo per strada, perché ero intelligente e loro pregavano sempre per me.
Con loro sono morte anche quelle preghiere che in un certo modo erano rassicurazioni e mi davano a pensare di avere davvero più mani sopra la testa, qualsiasi cosa fosse successa, e che mi avrebbero aiutato a non rimanere sola.
Arranco, nell'ansia di reiventarmi per dimostrarmi socialmente adatta, rimango immobile.
Ho paura, una paura intensa, calda, come un bicchiere di brandy.
La scolo giù lentamente, scivola nel sangue facendo compagnia al cuore, è una paura meditativa, un concetto che sembra avere sempre avuto posto in me.
Come se senza non fossi io.
La profezia che si autoavvera.
Sta già avvenendo.