martedì 28 luglio 2020

Mi arrendo, gli ho detto

Se il post scorso era vero ma non dichiarato alla controparte, questo è sicuramente accertato.
Mi spiace, mi spiace più di quanto non pensassi, ma non era aria.
Poco motivato, molto "prescrittivo", troppo preso da sè stesso e comunque non abbastanza da me.
Ho imparato a capire, giocoforza negli anni, che certi segnali vanno interpretati.
Vanno letti bene, vanno assorbiti e non sempre si deve cercare altra certezza, altra definizione.
Stavolta, a differenza delle scorse, non mi sono spesa in paroloni o in dissertazioni lunghe e noiose.
Ho lanciato l'amo (con una modesta speranza che abboccasse), e non abboccano ho semplicemente detto "mi arrendo a te, hai vinto" seguito dalla sigaretta della champions League.
Quantomeno, una ritirata in stile perfetto e senza sermoni, senza discussioni.
E lui, come TUTTI gli altri, non ha allungato una parola, una mano, un dito sulla tastiera.
Prevedibile, perché i segnali erano chiari.

Mi ritiro dalla corsa a lui, certa del fatto che sarebbe andata così comunque, anche senza salti mortali o scene da film, anche senza discussioni e passi falsi.

Lo accetto, ci sta.
Passerà pure questo, l'umore ci rimette nonostante le medicine e le buone intenzioni, la lacrimuccia sta lì lì, ma ho bisogno di pensare più in grande.
Se non ha potuto o voluto cogliere me nella mia essenza, è un peccato per entrambi, non solo per me.
Anche questo entrerà nella bacheca di quelli che "chissà come sarebbe stato, se ci avessimo provato".
Io ora non di certo mi metto a incontrare altra gente.
Questo 2020 mi ha insegnato un sacco di cose: a stare da sola in una casa mia, a non essere sempre perfetta nel riuscire a interpretare le intenzioni altrui, a non farmi abbattere da giudizi o semplici punti di vista dell'altro, a rimanere in piedi perché so quello che valgo e non c'è tutto sto bisogno di cercare chi me lo riconosce.

Ora sto così, oggi va così e anche questo luglio lunghissimo è andato come l'anno scorso, come 2 anni fa, come 3 anni fa.
Questione di abitudine.

Devo imparare a farmi passare la fissa per i bei ragazzi, imparerò anche quello, ne sono certa.
Adesso l'importante è gestire questo momento un po deludente, o semplicemente decadente, nel senso che sono passata da un momento di adrenalina a zero.

Meglio rimanere colleghi, amici, conoscenti.
Il livello probabilmente è sempre stato quello, sono io che l'ho caricato con quel "frequentiamoci", detto forse più per farsi perdonare che per una vera intenzione.

Le persone, quando hanno voglia di frequentarsi, semplicemente lo fanno.
Lui l'ha fatto nella sua testa, con la sua consapevolezza che in parte mi aveva anche esplicitato.

Più di così, non si poteva fare.
È un copione che rivivo, ma con maggiore coscienza stavolta, e senza creare strappi.
 

domenica 19 luglio 2020

Mi arrendo (ancora)

Si parla tanto di resilienza, e in effetti è una componente che va allenata.
Ultimamente la sto allenando spesso, per ogni relazione che prova a mettersi in moto e dopo qualche tentativo finisce la batteria e non si accende più.
L'ultimo in ordine di tempo è Fabio, un (altro) collega.
È un'eterna partita a scacchi, o perlomeno lo è diventata dal 2 giugno.
Solo che adesso inizia a stancarmi il giochetto del rincorrersi, anche perché lo faccio più io di quanto non lo faccia lui.
Il quale però mi tiene le briglie, e io di questo mi sono stancata.
È un gioco che conosco, da cui tra l'altro non sto traendo beneficio nè in termini di sesso nè di contenuti.
A tratti sembra iper attento, di spessore, anche di sensibilità.
Ma sono sempre più i momenti in cui non solo sento una distanza siderale tra noi, ma lo vedo atteggiarsi da persona poco matura e addirittura un po' noioso.
Io a sto gioco potrei pure giocarci ancora se valesse la pena, ma ad oggi con lui che non fa un passo in più oltre a scrivere messaggi di dubbia interpretazione, voglio pensare a me stessa.
Liberarmi da questa cosa perché non è proficua.
Gli ho detto che il suo freno a mano mi inibisce, spero abbia capito che è una sorta di avvertimento.
Ovvero, se non muove il culo, io mi arrendo e non faccio più nulla per defibrillare sta situazione.
Voglio sentirmi libera di non avere pensieri inutili, ecco.
Mi arrendo ma per una mia forza, stavolta non perché veda una sconfitta ma perché riconosco i segnali di un nulla di fatto ora e in futuro.
Sono fiduciosa che in un tempo qualunque avrò la concretezza di una persona accanto.
Finalmente mi sento io il tesoro da scoprire, da trovare e conservare, e non lo vedo solo nell'altro.
Chi non riesce a vederlo o non vuole tenerlo stretto, può andarsene, non gliene voglio.
Ma restare a metà strada, adesso, insulta la mia intelligenza.
Se era da fare, era già fatto, inutile sperarci ancora.
Non chiederò certo io spiegazioni, mi farò da parte col silenzio, che a volte è meglio di qualunque confronto.
Non ho più voglia di perdere tempo in cose che non mi restituiscono la metà delle energie spese sopra.
Credo che queste nuove medicine inizino a fare effetto.

lunedì 13 luglio 2020

È solo questione di abitudine

Solo questione di abitudine.
La relazioni, di qualunque tipo, nel momento in cui si stancano, si sfasciano, si allentano, si diradano, comportano necessariamente un cambio d'abitudini.
Noi, che normalmente viaggiamo su forme comode e compatte di routine e sicurezze, tentiamo di rifuggire i cambiamenti.
A volte non vogliamo vederli, altre li giustifichiamo con scuse che non stanno in piedi pur di non chiamarli col loro nome.
Ma inevitabilmente, un giorno dopo l'altro che quell'abitudine ci lascia, dobbiamo farci i conti.
Dargli quel nome, focalizzare l'assenza, i passi che si allontanano, i vuoti di tempo, spazio, energie, pensieri, condivisione.

Quando accettiamo che quell'abitudine è cambiata, è la sconfitta a prenderci per mano.
È quella la sensazione più scomoda, specie se quell'abitudine è stata tolta, sottratta controvoglia, subìta.

Quindi a volte è più faticoso togliersi di dosso l'abitudine di quella presenza, di quell'interazione che la persona che li identifica.
Perché spesso è l'abitudine a tenerci saldi i piedi in terra, oltre alla persona con cui la condiviamo.
Quasi che valga più l'azione e il suo effetto, che chi la produce.