Sono inconsolabile.
Eppure, mi dico, è stato solo un mese e mezzo.
Eppure la decisione l'ho presa io perché non ne potevo più di frustrarmi.
Il suo silenzio è già un riscontro, è una risposta.
Invece io mi ostino a pensare che ci sia un'altra interpretazione, solamente per salvarlo, per salvarmi dall'aver preso una cantonata con una persona che mi era parsa trasparente e decisa su di me.
Invece la realtà è che il suo silenzio parla di una connivenza, del suo intimo essere d'accordo senza l'onere di dirlo per primo.
Nulla da aggiungere, insomma, e si va avanti.
Avanti la prossima?
Me lo chiedo e dopo mi dico che non è più un mio problema, che non è più gestione mia.
Il che in parte mi solleva.
Quello che adesso ho sotto mano è la perdita, che in ogni caso deve fluire, deve scivolare via.
Non c'è mai un momento più giusto per provare meno dolore.
Devo solo ricordarmi che il dolore è inevitabile, la sofferenza invece sì ed è inutile.
Spero di mettere in pratica questo concetto, dato che tendo invece a far sì che la sofferenza si prenda buona parte di me.
Oggi, 2 giorni netti dopo la chiusura, ho la reale certezza che sia finita.
Finita, ovvero non lo vedrò più, non sentirò più la sua voce, non avrò più quelle sue carezze, i suoi baci e i suoi sguardi, quelli che mi hanno fregato più di tutto, più del sesso.
Nel cassetto dei ricordi mi rimane quel 18 giugno, il "giorno bianco e blu" come l'ho ribattezzato nella mia testa.
Bellissimo.
A 36 anni ancora ho creduto alla favola, ho lasciato il cinismo e il pragmatismo da una parte e ho inalato la sensazione della gratitudine per aver accolto questa persona nella mia vita.
Le favole sono tali, quindi non esistono.
Ci piace provarle per dare una chance al nostro io bambino di venir fuori, il che a mio avviso è anche bello e giusto di tanto in tanto.
L'io spensierato, istintivo, senza paure.
È durato poco, troppo poco per me, perché tutte queste sensazioni in meno di un mese si sono ridotte ai minimi termini e sono diventate frustrazione, calcoli, dubbi, strategie.
Peccato davvero, ma se inizio a pensare il tutto come "se fosse..." divento matta.
Lui non ha difeso noi, lui ha lasciato andare forse prima di me senza dirlo, lui ha dato priorità ad altro.
Questo è ciò che conta adesso, ma voglio scinderlo da tutto il resto perché altrimenti rischio che si sporchi tutto il poco vissuto, e invece quello me lo voglio tenere stretto così.
Non riesco a pensare ad altro in questi giorni, piango e mi dispero e mi dico "scema, che fai, l'hai presa tu la decisione....potevi rimandare se non volevi stare così"...poi mi riprendo e mi dico che no, la decisione era solo questa a queste condizioni e ad oggi, che le sensazioni di ansia dei giorni scorsi non le dimentico, come non dimentico il suo cambiamento seppur velato, ma da quel venerdì.
E che quindi la decisione è giusta, ed è giusto il tempo perché sarei diventata matta ad attendere ancora davanti al cellulare per altri giorni, per tutta l'estate.
Mi sono detta che ho fatto bene perché meglio farlo io piuttosto che sentirlo dire da lui.
Che poi, alla fine, con questo silenzio è come se me lo avesse già detto.
Non nego che mi sarebbe piaciuta una reazione, che mi sarei quasi aspettata il gesto eclatante.
Ma forse questo valeva fino a 2-3 settimane fa, con quell'entusiasmo lì.
Senza contare, come dice Psyco, i comportamenti irrazionali che quindi non prevedono copione lineare come vorrei.
Vorrei solo che, qualunque sia stata la sua reazione e il suo giudizio su questa mia iniziativa, discutibile per whatsapp ma non mi ha lasciato scelta, sapesse che è stata sofferta, che non è stata presa per l'intervento di altre persone che si sono insinuate nella mia vita, che purtroppo o per fortuna io ho avuto e ho ancora occhi solo per lui, che se avesse voluto prendermi e dirmi che sì, si può fare io ci avrei provato davvero a stare insieme, che mi sembrava un sogno a occhi aperti.
Magari tutte queste congetture le faccio, come al solito, senza fare i conti con l'oste.
Magari è tranquillissimo e ne ha solo preso atto, e non è incazzato o peggio deluso.
Ecco, se fosse deluso mi farebbe davvero male, vorrei almeno chiedergli quello.
Per tutto ciò che sono riuscita a dargli, la delusione non è la sensazione che vorrei lasciargli di me.
In fondo però, poi mi dico, sono più delusa io da lui.
Devo pensare a ciò che vivo io su di lui e non viceversa.
Quindi, che l'abbia deluso o no, poco dovrebbe importarmi.
La verità è che mi importa perché così avrei una chance del suo ritorno, perché in fondo quel messaggio era un grido di dolore, di "soccorrimi".
Ma il suo silenzio parla d'altro, che sia deluso oppure no non ha voluto/potuto salvarmi, salvarci.
Sarebbe bastato farmi vedere almeno l'intenzione, Per che poi al pratico la questione è davvero complessa.
L'intenzione di salvarci non c'è.
Ne prendo atto, testa alta, ma vivo questo piccolo dolore con il punto interrogativo del "cosa avrei potuto fare di meglio per agevolarlo".
So che è un ragionamento errato, semmai era lui a dover agevolare me.
Per ora un po di senso di colpa non me lo toglie nessuno.
Spero subentri un po di rabbia per togliermelo.