lunedì 29 luglio 2019

Monologhi, dialoghi

Non passa per ora.
Conto i giorni, guardo il cellulare nella speranza di un messaggio di speranza.
Spero addirittura che si palesi sotto l'ufficio, o sotto casa. Gli indirizzi li conosce.

In questo periodo mi scrivono in molti, alcuni davvero improbabili.
Tanti, tutti tranne lui.

Il carotaggio nel mio cervello è come abbia fatto a scordarsi di me così in fretta.

Come abbia sostituito un'abitudine, la più scema, quella della telefonata del mattino, con un'altra.
Come non ne senta la mancanza.

Della mia voce, della mia risata, persino del mio dente storto, oggetto di grande interesse da parte sua perché suo fratello "Si è innamorato e ha sposato una donna che ha un dente come il tuo...allora è genetica".
Di me, in generale.
No, anche nel particolare.

Perché ho fatto quel paio di cose, che non si possono dire, che "nessuna ha mai fatto, neanche pregata".
Perché sono diversa dalla moglie che non osa toccarsi da sola, e sembrava aver trovato il paradiso mentre glielo dicevo.
Perché "a te piace al passivo tutto quello che a me piace fare all'attivo".

Come ha fatto a dimenticare che l'ho fatto sentire un Dio.
Come ha dimenticato i miei interessi, che andavano pari passo coi suoi.
Le auto, una tra tutte. La MiTo.
Come ha scordato tutte le cose che lui per primo ha trovato in comune con me.
Siamo sulla stessa lunghezza d'onda, diceva.

Come cazzo ha fatto a resettare il cervello  e trovare un altro interesse in un'altra diversa da me, perché lo sarà per forza, perché siamo tutti sui generis, ma a lui andavo bene io.

[Come stracazzo hai fatto, Sweety.
A dimenticare anche il nomignolo, che ci abbiamo messo 2 giorni per partorirlo.

Ti odio.

No, non riesco.

Mi manchi, cazzo.

Torna da me, te lo direi se avessi 16 anni.
Ne ho 20 in più e non posso permettermelo.
È una cosa da bambini, ma nessuno può impedirmi di sussurrarlo ogni tanto, la sera prima di andare a dormire, strafatta di ansiolitico, la lacrima che scende quasi fiera.

Torna da me, perché io in te l'ho vista la scintilla.
Quella che hai visto tu in me.
Te la ricordi?]

Ok, basta cazzate.

sabato 20 luglio 2019

Sono fregata?

Temo di esserne ossessionata.
Mi fa impressione pensare a lui gran parte del giorno, mi spaventa invece perderci il sonno o svegliarmi e trovarmi la mente che in automatico vita verso di lui.
Sarà attaccamento o ossessione?

Di sicuro devo parlarne con Psyco.
Non mi sento bene, in questi giorni di vacanza non ho mai staccato la testa da lì, e ancor di più ho fatto casino, bloccandolo, sbloccandolo, scrivendogli ancora.

Elena, sveglia! NON VUOLE PARLARE CON TE, TANTOMENO CHIARIRE.

Questo direi a un'amica nella stessa situazione.
Le direi che sta combinando un casino rimettendoci di immagine, e che non vale la pena farsi apostrofare per la matta o la disperata di turno.
Le direi che il tempo farà il suo lavoro, che tutto quello che ora le manca inizierà a mandarle sempre meno.

Le suggerirei di rifocalizzare l'attenzione e su sè stessa, sulle proprie ambizioni personali, sul lavoro, sulle amicizie e gli altri affetti.
Le direi di distrarsi il più possibile, magari di fare sport per sfogarsi un po, di rimanere il meno possibile in casa a guardare il cellulare o il muro, di scovare qualcosa di nuovo che può aiutare a far riemerger la curiosità.
Le direi di fare del tutto per conoscere altre persone anche se non le va, che per ora va bene così, è un palliativo fin quando non starà meglio.

Che un paio di occhi belli si possono trovare ovunque, che non sono quelli che denotano la bontà di una persona.

Su quest'ultima cosa però non ci credo tanto, ed è quello che mi frega  l'attendibilità.

giovedì 11 luglio 2019

2 mesi

Mi do tempo 2 mesi per star bene.
Bene, cioè che non ci penso più o comunque n9n con rabbia, delusione, lacrime o altre sensazioni che non includano l'accettazione e la consapevolezza che tutto questo non era per me.

2 mesi, dopo di che vorrà dire che non mi passa più.
Sono troppo grande per farmela passare, per cui se non passa subito, non passerà più, è stata una sbornia troppo grossa, da finisci io ospedale, per cui poi non passa.

2 mesi, e a quel punto attuerò il piano B, quello che qualche anno fa ho pensato come piano A ma mi ero ricreduta.

Non un uomo? Allora un figlio.
E ci riesco, perché dipende solo da me.
I 2 mesi non a caso coincidono con la prima visita del centro per la fecondazione assistita.

Non è un caso questa  scadenza.

Mi da tregua pensare a medio termine, pensare che a qualunque punto sia arrivata il 10 settembre, tiro una linea e da lì si vedrà.

La voce del silenzio

Finita nel peggiore dei modi.
Almeno avessi avuto la possibilità di strillare, sfogarmi, piangere, incazzarmi con lui.
In faccia, o se proprio impossibile come ormai si stava paventando che fosse, almeno al telefono.

Invece niente, il silenzio.
Il silenzio parla, dice un sacco di cose.
Parla la lingua di tutte le voci nel cervello, di tutte quelle delle persone interpellate e a soccorso, di quella di Psyco.
Di tutte le voci, manca la sua.

Il silenzio è la sua voce, la dimissione è lo strumento.

Far cadere le cose, mettere una bella padellata di terra sopra alle realtà dei fatti e stati d'animo, a certe persone riesce bene.
Vorrei essere loro.

Quando lo subisci, da chiunque abbia un minimo di importanza per te, è la sensazione più impotente del mondo.
Mi sento con le mani legate e non slegabili, non almeno se volessi utilizzare un registro differente dal suo.

Se vuoi slegartele, devi utilizzare anche tu il silenzio.
Sarà che io tendo sempre a voler alzare la testa, sarà che sono troppo orgogliosa, sarà che ho imparato da piccola a capire le cose e non a subirle passivamente, anche a scuola.
Sarà che sono testarda, ma io in questo silenzio ci sto tanto stretta, tanto al punto da avere un attacco d'ansia e pianto di rabbia.

Perché non se fa così.

Siamo adulti, siamo persone oneste (io più di lui di sicuro), con sistemi valoriali fondamentalmente buoni.
Non dico che fosse "dovuto", Però anche sì a un certo punto.
Da chi ha detto per primo delle cose importanti, da chi mi ha detto che io sono importante per lui.
Io di buono nella sua intenzione adesso non ci vedo niente, eppure so che dovrei fare questo sforzo.
Non mi va ora di farlo perché ne ho fatti parecchi di sforzi negli ultimi giorni, e non sono serviti a gran che se non a caricarmi come una pila.

Sono esausta.

Lo so sto esagerando, è una storiellina di un mese e mezzo....
Ci sono state quelle parole e quegli occhi a dirmele però, c'è stato un mezzo progetto, anzi più di uno.
Per me era fatta.
Mi ero sistemata.

Con uno uomo sposato e fedifrago.

Io mi sentivo sistemata.

Ha calpestato la mia tolleranza, il mio rispetto per lui e per il suo mondo.
Io non l'ho conosciuto così, ma non l'ho conosciuto proprio, neanche quel poco che immaginavo.
L' epilogo serve sempre a capire qualcosa di più di se stessi e degli altri.
Gli epiloghi non sono mai nè facili nè digeribili.

C'è una cosa che negli epiloghi andrebbe fatta sempre, ci dovrebbe essere una regola scritta per gestirli: il mantenimento della dignità delle persone e della loro relazione, di modo da non sporcare il buono che uno c'è stato, che ha significato qualcosa, perchè lo ha fatto altrimenti non saremmo a questo punto.

martedì 9 luglio 2019

Delusione che va, speranza che viene

Domani ho il big match.
Non lo conosco, non lo riconosco.
So già quello che mi dirà, conosco a memoria il copione, mi chiedo effettivamente se possa servire e mi rispondo che sì, serve a me per dirgli che l'entusiasmo è contagioso e va dosato se non si è possesso di controllarlo.

Fine della bolla, fine delle mia favola a lieto fine con tanto di Principe veramente azzurro.

La seconda volta in 10 anni.

Così, perché cerco di ritornare in me e di trovare stimoli per non pensare, oggi chiamo un centro di fecondazione assistita a Valencia.
E mi faccio prendere appuntamento per settembre per la prima visita qui in Italia.

Le cose importanti della vita non sono cose.

Se proprio non camperò di un uomo, io voglio di campare di un figlio.
L'ho sempre voluto, l'ho sempre saputo.

Voglio che nel 2020 rimanga incinta.
Me lo grido forte in testa, forte come la delusione di Daniele.

A ogni momento di delusione corrisponde un attimo di speranza.
Ecco, io so dove riporla, e l'ho sempre saputo.

Daniele rimarrà una parentesi felice per quei 30 giorni di instabilità emotiva concessi, rimarrà la grande delusione della vita adulta, rimarrà nei miei pensieri come l'occasione persa di vivere un futuro bello. Come lui.

Bambineschi ragionamenti. Me ne rendo conto ma non li fermo, non voglio stavolta. Devo far scivolare via tutta la mia frustrazione, tutto il dolore che sento, senza mitigarli, senza intrappolarli in un cassetto da cui verrebbero fuori solo come rabbia e desiderio di vendetta.

La responsabilità è di entrambi, è me ne prendo la mia buona parte.
Sono contenta di essermi lasciata andare, sono contenta di aver fatto trapassare il dolore da un punto all'altro del mio corpo, sono contenta di essermi accorta di essermi persa, persa completamente, perché così so dove lavorare.
So da dove ricominciare a ritrovare me stessa, che ne ho tanto bisogno.
Me senza lui, me fuori da lui,  me così com'ero a maggio.
Spensierata, ipocondriaca il giusto, curiosa, entusiasta di piccole cose e vogliosa di nuove prime volte.

Questa ero io e questa voglio tornare a essere, seppure disperata al pensiero che non so quando troverò una persona che mi faccia così bene, perché la prossima potrebbe essere tra altri 10 anni.

Per questo devo darmi la speranza di un figlio, anche solo immaginato, che non avrò mai il coraggio di fare.

Mi serve adesso per coprire il male, per resuscitare un lato nascosto e taciuto per tanto tempo.

Il mio sogno, in fondo in fondo, e sempre stato quello.
Non solo quello, ma anche quello.

sabato 6 luglio 2019

Punti interrogativi

Sono inconsolabile.
Eppure, mi dico, è stato solo un mese e mezzo.
Eppure la decisione l'ho presa io perché non ne potevo più di frustrarmi.

Il suo silenzio è già un riscontro, è una risposta.
Invece io mi ostino a pensare che ci sia un'altra interpretazione, solamente per salvarlo, per salvarmi dall'aver preso una cantonata con una persona che mi era parsa trasparente e decisa su di me.

Invece la realtà è che il suo silenzio parla di una connivenza, del suo intimo essere d'accordo senza l'onere di dirlo per primo.
Nulla da aggiungere, insomma, e si va avanti.
Avanti la prossima?
Me lo chiedo e dopo mi dico che non è più un mio problema, che non è più gestione mia.
Il che in parte mi solleva.

Quello che adesso ho sotto mano è la perdita, che in ogni caso deve fluire, deve scivolare via.
Non c'è mai un momento più giusto per provare meno dolore.
Devo solo ricordarmi che il dolore è inevitabile, la sofferenza invece sì ed è inutile.
Spero di mettere in pratica questo concetto, dato che tendo invece a far sì che la sofferenza si prenda buona parte di me.

Oggi, 2 giorni netti dopo la chiusura, ho la reale certezza che sia finita.
Finita, ovvero non lo vedrò più, non sentirò più la sua voce, non avrò più quelle sue carezze, i suoi baci e i suoi sguardi, quelli che mi hanno fregato più di tutto, più del sesso.

Nel cassetto dei ricordi mi rimane quel 18 giugno, il "giorno bianco e blu" come l'ho ribattezzato nella mia testa.
Bellissimo.

A 36 anni ancora ho creduto alla favola, ho lasciato il cinismo e il pragmatismo da una parte e ho inalato la sensazione della gratitudine per aver accolto questa persona nella mia vita.

Le favole sono tali, quindi non esistono.
Ci piace provarle per dare una chance al nostro io bambino di venir fuori, il che a mio avviso è anche bello e giusto di tanto in tanto.

L'io spensierato, istintivo, senza paure.

È durato poco, troppo poco per me, perché tutte queste sensazioni in meno di un mese si sono ridotte ai minimi termini e sono diventate frustrazione, calcoli, dubbi, strategie.

Peccato davvero, ma se inizio a pensare il tutto come "se fosse..." divento matta.

Lui non ha difeso noi, lui ha lasciato andare forse prima di me senza dirlo, lui ha dato priorità ad altro.
Questo è ciò che conta adesso, ma voglio scinderlo da tutto il resto perché altrimenti rischio che si sporchi tutto il poco vissuto, e invece quello me lo voglio tenere stretto così.

Non riesco a pensare ad altro in questi giorni, piango e mi dispero e mi dico "scema, che fai, l'hai presa tu la decisione....potevi rimandare se non volevi stare così"...poi mi riprendo e mi dico che no, la decisione era solo questa a queste condizioni e ad oggi, che le sensazioni di ansia dei giorni scorsi non le dimentico, come non dimentico il suo cambiamento seppur velato, ma da quel venerdì.
E che quindi la decisione è giusta, ed è giusto il tempo perché sarei diventata matta ad attendere ancora davanti al cellulare per altri giorni, per tutta l'estate.
Mi sono detta che ho fatto bene perché meglio farlo io piuttosto che sentirlo dire da lui.
Che poi, alla fine, con questo silenzio è come se me lo avesse già detto.

Non nego che mi sarebbe piaciuta una reazione, che mi sarei quasi aspettata il gesto eclatante.
Ma forse questo valeva fino a 2-3 settimane fa, con quell'entusiasmo lì.
Senza contare, come dice Psyco, i comportamenti irrazionali che quindi non prevedono copione lineare come vorrei.

Vorrei solo che, qualunque sia stata la sua reazione e il suo giudizio su questa mia iniziativa, discutibile per whatsapp ma non mi ha lasciato scelta, sapesse che è stata sofferta, che non è stata presa per l'intervento di altre persone che si sono insinuate nella mia vita, che purtroppo o per fortuna io ho avuto e ho ancora occhi solo per lui, che se avesse voluto prendermi e dirmi che sì, si può fare io ci avrei provato davvero a stare insieme, che mi sembrava un sogno a occhi aperti.

Magari tutte queste congetture le faccio, come al solito, senza fare i conti con l'oste.
Magari è tranquillissimo e ne ha solo preso atto, e non è incazzato o peggio deluso.
Ecco, se fosse deluso mi farebbe davvero male, vorrei almeno chiedergli quello.
Per tutto ciò che sono riuscita a dargli, la delusione non è la sensazione che vorrei lasciargli di me.

In fondo però, poi mi dico, sono più delusa io da lui.
Devo pensare a ciò che vivo io su di lui e non viceversa.
Quindi, che l'abbia deluso o no, poco dovrebbe importarmi.
La verità è che mi importa perché così avrei una chance del suo ritorno, perché in fondo quel messaggio era un grido di dolore, di "soccorrimi".

Ma il suo silenzio parla d'altro, che sia deluso oppure no non ha voluto/potuto salvarmi, salvarci.
Sarebbe bastato farmi vedere almeno l'intenzione, Per che poi al pratico la questione è davvero complessa.

L'intenzione di salvarci non c'è.

Ne prendo atto, testa alta, ma vivo questo piccolo dolore con il punto interrogativo del "cosa avrei potuto fare di meglio per agevolarlo".
So che è un ragionamento errato, semmai era lui a dover agevolare me.
Per ora un po di senso di colpa non me lo toglie nessuno.
Spero subentri un po di rabbia per togliermelo.