Novembre 2010.
Non so neanche come raccontarlo. Ogni parola in testa sembra scivolare via priva di un vero senso.
Probabilmente perché il mio racconto, il mio punto di vista su quei giorni di novembre, ne ha molto poco, di senso, rispetto al protagonista degli eventi.
Stupidamente, per più di un momento, gli ho anche aggiunto la colpa di aver rovinato il mio, di evento.
Io Davide non lo conoscevo.
Lo avevo visto alcune volte, raccontato da mio fratello e da sua sorella.
Una personalità un po' bizzarra per i miei canoni, un ragazzo che aveva avuto qualche piccolo travaglio, per lo più lavorativo, come capita a tanti.
Che ogni tanto se ne usciva con un modo diverso per avere uno stipendio, mi ricordo negli ultimi la vendita a domicilio di profumi falsi d'autore.
Non so se gli è bastato davvero così poco, una storia impegnativa finita, o se ci piace pensarlo così, romanticamente, quando sotto c'è altro che nessuno saprà mai.
Ma Davide, dimenticato dai più, il 3 novembre del 2010 ha semplicemente lasciato il PC acceso sul suo giochino preferito; si è tolto gli occhiali e le scarpe; ha legato alla panca da palestra quella corda comprata da Brico qualche giorno prima.
Si è seduto sul davanzale, e si è buttato.
La notte baciava la campagna di Rieti.
Mi immagino i fanali dell'auto di sua sorella, qualche decina di minuti più tardi, che nell'innocenza lo andava a trovare dopo lavoro.
Vedo quei fari attraversare il cancello di casa, e illuminarlo. Un fantoccio, con il viso di fratello.
La mia mente non riesce ad arrivare più in là nell'immaginazione del volto di lei deformato alla sua vista, al suo riconoscimento; nel vederla scendere e chiedere aiuto, e strapparlo alla corda sperando di strapparlo alla morte, che l'aveva anticipata di un soffio.
4 novembre.
Sono felice a Torino.
Ho conosciuto e sto frequentando quello che per molto tempo crederò l'uomo della vita, lontano 600 km, invisibili al mio sentimento.
Sono felice perché la sera prima ero uscita con gli amici e lo avevo sentito, e non vedevo l'ora di poterlo rivedere perché il 5 sarei scesa a roma per il compleanno di papà.
Ma salto sulla sedia.
Le 9.30. Sono a lavoro.
Mio fratello mi chiama dicendo che sta tornando a roma, ho immaginato per un secondo che anche lui volesse partecipare alla sorpresa per papà.
È morto Davide, Elena.....s'è impiccato.
Vuoto.
Quella famiglia era ormai lontana da noi, mio fratello e la sorella di Davide si erano lasciati 6 mesi prima dopo anni di fidanzamento.
Ma in un attimo, è stato come se nulla fosse accaduto.
Cambio il biglietto aereo e su quel volo - il caso sa sorprenderci risultando a volte impreciso, a volte inadatto - incontro il ragazzo della sera prima, che mi aveva chiesto il numero.
Su quel volo io penso a Davide e lui che voglio rivedere dopo quasi un mese; ma bacio quel ragazzo che non vedro' e sentirò mai più, sintesi della confusione della disperazione più totale.
Quel ragazzo a 600 km da me era la mia buona notizia di quel fine settimana lungo una vita.
Lui, che riesco a vedere a malapena un sabato pomeriggio, ancora sconvolta, e che non capisce -non gli importa di capire- il mio stato d'animo.
Dopo il funerale, dopo i singhiozzi, dopo il pranzo amaro e la sera silenziosa e vuota, cerco di riprendere le redini della razionalità.
Contatto ed esco con i miei amici il sabato sera, con la promessa che con lui ci saremmo rivisti in seconda serata.
Ma anche lui, metaforicamente, muore.
Non chiama, non risponde.
Sono spaventata, penso al peggio, continuo a chiamare quel cellulare a cui mi aggrappo; per un attimo penso che sia meglio sapere un'altra brutta notizia piuttosto che pensare che mi abbia dimenticata.
Era poco prima l'inizio del derby.
Mi manda un sms candido, ha bevuto troppo e non sapeva dove aveva messo il cellulare, dimenticato chissà dove.
Non ci sto.
Lui DEVE ESSERE la mia buona notizia di quel weekend di dolore.
Ma io devo partire, alle 19 ho il volo, bisogna sbrigarsi. ..ma perché non ha pensato che io lo stesso aspettando? Come ha fatto a dimenticarsi dell'appuntamento?
Tengo il punto, lui secco risponde che non sono nessuno per avere certe pretese.
Ci vediamo subito dopo il derby? No.
Sul volo con me viaggiano il dolore e l'amarezza, lo sconcerto e la disperazione.
Solo molti mesi dopo riesco a smaltire quella delusione, mentre Katia e mio fratello - Davide una cosa buona è riuscito a realizzarla, nonostante tutto- si sono ritrovati.
E oggi c'è Pietro, 40 giorni di vita, che quest'anno il 3 novembre ci ha fatto sentite tutti un po' meno soli.