sabato 31 dicembre 2016

Tempo di bilanci, edizione 2016

L'anno scorso, mi sono accorta, non ho scritto il mio consueto post di sintesi di bilanci.
Cerco di recuperare almeno questo del 2016.

Il 2016 in un certo senso è stato l'anno delle "prime volte":
- la mia prima volta da amante, dico a 360 gradi, di un uomo
- la prima volta di papà in ospedale, per quasi 3 settimane, e non per intervento chirurgico ma per n.d.d.
- la mia prima contestazione a lavoro
- la mia prima e irreversibile rottura con la mia "migliore amica"
- la mia prima volta in Sardegna
- e anche la prima sotto Natale in montagna
- il mio primo (ed ultimo??) personal trainer
- il mio primo (e vero) corso da Sommelier

I primi 3 temi sono stati in un certo modo il filo rosso dell'anno, quelli che mi hanno segnata emotivamente moltissimo (ancor più il secondo e il terzo, in realtà).

Viene quindi spontaneo chiedersi cosa ho imparato...

Ho imparato che non so gestire bene l'ansia, qualità che speravo invece di aver già sufficientemente plasmato nella mia esperienza.

Ho imparato che posso fare a meno di tantissime persone, ma della mia famiglia no...E questo è in realtà un problema.

Ho imparato a riconoscere alla mia vita dei piani che siano anche alternativi al piano A; questo mi dà fiducia nel futuro.

Ho imparato che anche l'amore mi può essere lontano pur se lo volessi vicino; e sono io che lo tengo a distanza.

Ho imparato che è bello viaggiare ancora da sola, ma che i viaggi con gli amici sono nonostante tutto, i più divertenti.

Ho imparato che riesco a darmi un freno, che si tratti di spese economiche o di sentimentalismi; sì, posso e riesco, quando mi va.

Ho imparato a essere più pigra, molto più pigra, e in realtà non è una dote positiva; si rende però necessaria quando lo stress raggiunge quei livelli d'ansia che non so gestire, e che solo così riesco ad abbassare.

Ho imparato che io valgo più di quanto ne ho cognizione; chi vuole stare al mio passo è benvenuto. Chi no, quella è la porta.

In estrema sintesi, sto imparando a fare meno a cazzotti con me stessa e di conseguenza con le decisioni di chi mi sta più o meno a tiro.
Lascio libera me stessa e gli altri di decidere, senza necessariamente scazzare.
Sto cercando di mettere me come sono adesso al centro del mio mondo, e non la me ideale, quella voluta dal mio immaginario.
Sto quindi cercando di accettare questo mio essere così, in parte incompleta, in parte brutta, in parte scomoda, inadatta a certe visioni di vita.

Sono solo curiosa di ciò che il futuro, e non solo il prossimo anno, mi riserverà.
Ne ho molta paura, allo stesso tempo.

Forse ciò che devo ancora imparare è proprio questo: non avere paura.
Perché tanto funziona come quando sai di avere l'ascensore rotto.
Se ti ricordi durante la giornata che dovrai fare 6 piani a piedi, già ti prende male e sarà più faticoso farli; se te ne dimentichi e trovi invece l'ascensore rotto una volta tornata nel palazzo, rosicherai al momento, ma la fatica si ridurrà solo a quei 5 minuti di scale.

Buon 2017.

sabato 17 dicembre 2016

No vabbè

No vabbè, io non gliela posso fa.
Ho sempre avuto negli ultimi anni un rigetto particolare nei confronti del Natale. L'anno scorso mi è presa bene perché era nato mio nipote e quindi tutto era più dolce.
Mio nipote c'è ancora, beninteso.

Ciò che non ho mai amato di tutte le festività e in particolare del Natale, è che sono quelle situazioni in cui dovendo sentirti vicino a famiglia, amici, conoscenti vari..io mi sento invece più sola.

Perché è l'ennesimo Natale senza LA persona, senza quel regalo ben pensato.

Ma ciò che onestamente detesto di più,  nel mio viaggio di avvicinamento al Grinch durante i giorni più prossimi alla festività,  è sentirmi raccontare le belle storie che accadono alle mie amiche.

Mi pare che fu così anche anno scorso.
Sono allergica a quelle storie, non ne voglio sentir parlare e non riesco ad esserne empatica.
Mi dispiace, sarà una forma di invidia probabilmente.
Ma ho parecchi cazzi miei e per un po' vorrei due cose, in alternativa l'una all'altra: non sentire queste storie ammorbanti, o per una volta essere ascoltata io nel mio momento di stress, ipocondria e malessere.

Ecco, soprattutto la seconda cosa.

Vorrei che il tutto si svolgesse senza farmi rodere un culo fin troppo agitato di suo in questo periodo; tale per cui una parola in più, piuttosto che una richiesta, o un'attenzione di meno, potrebbero farmi rischiare di mandare all'aria anche le ultime amicizie.

Sono diventata un'ascoltatrice ultimamente.
Beh, ora è tempo di essere ascoltata.
Nulla che sia successo di grave, ma anche nei miei deliri contro organi cosa che si muova non secondo mia volontà mi piacerebbe avere 2 orecchie attente a disposizione.
Non è un atteggiamento maturo?

STICAZZI.

Per un po' voglio essere così, magari tra qualche giorno mi passa.
Magari mi passa subito, se qualcuno mi da corda.

Mi sono stancata di non essere ascoltata.
Ho preteso troppa poca attenzione perché, e ne sono convinta, i miei problemi vanno smazzati dallo psicoterapeuta.

Ma i miei deliri quotidiani, a volte, vanno assorbiti da qualcun altro, da qualcuno che non sia solo io.
Se questo sforzo non può essere fatto, allora, mi dispiave: non farò un altro sforzo neanche io.

Tutti bravissimi a parole, splendidi.

A fatti? Tutti egocentrati.

Ecco, la mia saggezza e pazienza sono arrivate alla frutta, per cui o si fa come dico io per un po, o ciccia.

giovedì 13 ottobre 2016

Zona di comfort, arrivederci

Come si dice, ognun per sè e Dio per tutti.
Nell'ultimo periodo mi sono tolta qualche sassolino dalla scarpa, o meglio, ho tagliato rami secchi e dato respiro a chi ne aveva bisogno.

Avevo una sorta di business plan emotivo, ho dato priorità e tempistiche, e mi faccio un applauso di averlo studiato e mantenuto.

Inizio dalle persone meno importanti, quelle che già mi avevano deluso l'anno scorso, e non è un caso che a distanza di mesi abbia deciso di lasciarle fluire fuori dalla mia vita.
So che non l'hanno presa bene, ma non mi hanno chiesto spiegazioni; per cui immagino che abbiano intuito le mie e non abbiano argomentazioni in merito.
Copione già visto 10 anni fa esatti, altre persone, altri mal di pancia; stavolta però non mi faccio domande e vado dritta per la mia decisione, perché preservarmi dall' intossicazione è più importante che trovare un antidoto dopo.

Preservarmi dai parassiti è ancora più importante, e questo mi fa passare al secondo step del mio emotional plan: allontanare dalla mia vita, dal mio quotidiano e dalle mie buone o cattive esperienze, una delle persone che ho pensato avrei voluto sempre vicino.
È come se negli anni avessi covato la teoria del parassitismo su di lei, ma per paura di trovarmi sola e senza un pilastro sicuro, ho dato ai vari episodi forme diverse. Mi sono tappata gli occhi sapendo di tapparmeli.
Da un certo momento in poi, circa un anno e mezzo fa, però, le mie giustificazioni vacillavano, zoppicavano, facevano fatica a essere credibili e lasciavano spazio a interpretazioni più razionali e dolorose, e il mosaico ha preso corpo; quando è stato quasi completato, ho capito di dovermi allontanare.
Quando l'ultimo tassello si è inserito, ho capito che dovevo allontanare lei.
Per cui, via da ogni forma di contatto anche indiretto; ho chiesto ad amici comuni di non parlare mai di me in sua presenza, ho inibito social network e WhatsApp, sono morta. Per lei, morta.

Perché purtroppo, mi spiace asserirlo, la sua forma di gentilezza celava interesse, e quella di comprensione invece, malizia. Invidia, un'aura negativa.
Questo 2016 ha portato, nella sfera mia e delle persone a me più strette e care, alcuni incidenti e brutte sorprese, alcune risolte per carità, ma in ogni caso non simpatiche.
Questo mi è stato sufficente per diventare quasi scaramantica, quasi irrazionale nel pensare che persone della mia vita potrebbero aver non dico goduto, ma sorriso ad alcune piccole sventure.

Da lì ho capito che lei, in particolare, doveva essere allontanata.

Brutto a dirsi, e peggio dire che da quando non la sento più sono più serena.
Mi manca, indubbiamente, ma meno di quanto mi mancano i suoi modi e quell'aura non positiva che sentivo.

Mio fratello mi dice di non avere un brutto parere di una persona che per anni ho scelto come amica, ed ha ragione.
Ma non riesco ancora a dimenticare quel paio di frasi dette a inizio anno, in casa mia, e più penso al loro senso e più penso che se è stata in grado di dubitare in quel modo di me, forse la prima ad adottare quei comportamenti sia stata lei.
Io non lo perdono, non perdono una persona a cui ho dato tanto, a cui ho anche chiesto tanto perché la consideravo valida, e quello che le ho dato l'ho ricevuto col suo contrario.
Soprattutto con le persone amiche in comune, e qui mi taccio perché monta troppa rabbia.

Parassita, opportunista, maliziosa.
Non voglio neanche un'unghia di persona così accanto a me.

Il terzo passo del mio piano era nell'aria da mesi, era l'unica alternativa possibile,  non potevo sottrarmi perché prima o poi quella bolla ci sarebbe implosa addosso.

Siamo stati bene in questi mesi.
Bene, platonicamente benissimo.
Ma lui ha fede al dito e figli al seguito, l'attrazione mentale andava molto oltre quella fisica, che non è stata all'altezza dei nostri intenti.

Poco, troppo poco tempo per stare insieme, e lui non si è mai sottratto ai suoi doveri familiari.
Questo fa di lui un grandissimo uomo, per il quale posso solo provare infinito rispetto.
E non era nè giusto nè adatto a due come noi continuare una scelta fatta a febbraio.

Lui c'è, c'è sempre e sono contenta di questo.
Non so per quanto ancora, e questo un po' mi spaventa e mi intristisce.

Prima o poi avrei comunque fatto a meno di lui, e sto di nuovo imparando a riprendere i miei silenzi e i miei spazi, la mia solitudine.

Questa fa sempre parte dell'emotional plan, e ancora ci convivo con disagio.
Sempre meno, ma al momento non voglio attenzioni perché non riesco a ricambiare e perché a volte non fanno che farmi chiudere.

Le poche amiche, infatti, purtroppo non sanno ascoltare.
Ho imparato ad accennare loro i miei problemi senza andare in profondità, perché si fermano alla prima riga.
C'è superficialità, empatia pochissima, parole di circostanza; questo mi mette nell'ordine di idee che anche chi ci conosce profondamente, è accecato dall'egocentrismo. Questo sottolinea che tutte le relazioni sono importanti, ma nessuna fondamentale.

Che se non ti salvi da solo, non lo potrà fare nessuno.

Per questo ringrazio la terapia, perché so che posso parlare e non attendermi nulla se non un parere obiettivo.

Ognun per sè e Dio per tutti.

martedì 23 agosto 2016

Banalità

E poi arriva un momento in cui le persone si fermano.
Scelgono, e si stabilizzano.
Tutte le smanie, i dubbi, le insicurezze si placano.
Capiscono che si sta bene così, che si sta meglio di prima, che i ruggiti lasciano il tempo che trovano perché niente è più bello di assestarsi, condividere magari un plaid la sera e un bicchiere di vino, fare i pancakes insieme, programmare viaggi e fughe, interessarsi ai discorsi dell'altro.
Così vedo alcune persone a me vicine, e ne sono in parte affascinata e in parte "affranta".

Loro non torneranno più, hanno lasciato sul campo quel lato oscuro e interessante, ma d'altra parte hanno trovato la pace, quello che stento a trovare io.

Una foto color seppia è quello che di loro rimane, ma solo perché sono diventati adulti in un battito, senza che avessi tempo per far diventare quel seppia una foto a colore.

Così sono io a rimanere indietro, a guardare con benevolenza, come un vecchio, queste situazioni terrestrialmente normali, ma non per me che vivo così fuori da quell'ordinario.

Non mi chiedo più se è quando accadrà la redenzione anche in me, non ho più tanta voglia di pensarci per non abbattermi.
I conti me li faccio tutti i giorni e mi placo solo al pensiero di essere "ancora" un under 35.
Magra consolazione,  ma pur sempre uno spiraglio.

Non so davvero se sono pronta a una vita a due, a sacrificare la mia indipendenza e i miei spazi per un altro.

Non posso saperlo, finché non provo.

Banale, eh? Mica tanto....

lunedì 22 agosto 2016

Zona di comfort?

Credo sia l'ora di mollare.
Mollare l'interazione con lui, che pur essendo un buon punto fermo, non mi dà nulla.
Non può essere del tutto mio e neanche lo voglio.
Ora è distante migliaia di km per la sua vacanza in famiglia, e sono 9 giorni che non sento la sua voce. ..eppure non mi manca come vorrei.

È ora di finirla, è ora anche di darmi una svegliata e pensare che la vita "rassicurante" -come dice psyco- che mi sono costruita forse necessita di qualche scossone.

Lui c'è da 6 mesi, ma non c'è mai in realtà.
Siamo amici di telefono e WhatsApp, abbiamo sempre poco tempo per stare insieme nelle rare volte in cui riusciamo a starci.
E diciamo la verità, non è che siano andate gran che, e di questo me ne assumo la mia percentuale di responsabilità.

Quindi?
Se non riusciamo neanche a star bene intimamente insieme, che senso ha il tutto?
Il niente in realtà....ci teniamo compagnia nelle nostre solitudini. La mia più accentuata, la sua probabilmente indotta da una routine che per quanto varia ha dei down di motivazione.

Compagni di solitudine, ecco quanto.

E questo in certo senso è rassicurante, è omogeneo, è familiare.

Io ora ho bisogno di uscire da questa omogeneità.
La scossa di metà luglio mi ha messo tante paure in più ma anche grilli per la testa.

Voglio mettermi in discussione, voglio annusare il non comfort.
È giusto così, e per quanto mi dispiaccia pensare alle mie giornate senza di lui, mi stimola pensare a cosa mi inventerò per scacciare la solitudine, o semplicemente viverla ed accettarla.
Per una buona volta.

Settembre, come spesso accaduto, è mese di cambiamenti e nostalgia.
Dicono che bisogna essere resilienti, cercherò di imparare a farlo.

martedì 19 aprile 2016

Vita morte e limbo

Io senza i miei genitori non sono niente.
In questi giorni di ansia per papà, capisco che la futura mancanza, quando avverrà, non sarà da me spiegabile e affrontabile.

Questo perché io non sono moglie e madre, ma sono solo figlia. Quell'evoluzione naturale in cui stacchi il cordone ombelicale dalla famiglia di origine per agganciarlo alla famiglia da te costruita, di cui sei artefice, a me ancora manca.

Maturità si chiama, età adulta.
Si diventa genitori di figli e genitori dei proprio genitori.
Io sono ancora figlia, pur con le mie indipendenze, ma pur sempre figlia.

Per questo il trapasso sarà per me un trauma assimilabile a un bambino che perde il genitore.
Perché il bambino, oltre al genitore, non ha altre persone così vicine da poter chiamare famiglia, nè alla sua età è in grado di costruirla.

Quel distacco naturale dalla famiglia di origine è il vero passo per l'indipendenza. La paura di perdere un genitore viene in un certo modo alleviata dalla vita della nuova famiglia.
Si predilige la vita e non la morte.

Quando accadrà, credo siano cazzi amari per me, perché vorrà dire entrare forzatamente in una maturità che non ho voluto, ma mi è stata scaricata addosso.

Potrebbe essere un'epifania, ma prima che lo diventi ci saranno anni di percorsi da fare.

Anche per questo sento il bisogno di crearmi una famiglia mia. È egoistico, a tratti pare anche stronzo, ma lo assimilo al bisogno di sopravvivenza, perché bambini e figli per sempre non si può rimanere.

venerdì 8 aprile 2016

I conti senza l'oste

Temo che madre non ci diventerò.

Ho cercato per molti anni di nascondermi alcune evidenze che il destino (o Dio, chissà) ha voluto mettermi sotto al naso, e forse è arrivata l'ora di arrendersi.

Prima l'endometriosi, poi la vulvodinia,  ora entrambe e con conseguenze che -anche senza aver fatto ancora il controllo delle tube- mi parlano di sterilità...

Il non avere un uomo con cui farlo quasi passa in secondo piano.
Giorni fa mi sono detta che se volessi calcolare da oggi, un punto zero, a quando avrei un bambino, più o meno il delta sono 5 anni. Tempo che conosca una persona,  la frequenti, ci viva insieme, mi ci sposi e la abitui a pensare a un figlio insieme, per poi provarci.

Mi sono detta che a 38, forse, li avrei.
Mi sono detta di avere pazienza e contare 5 anni.

Poi però riguardo quella risonanza magnetica e mi prende l'angoscia.
Ho bisogno di tante risposte, negli ultimi 2 mesi ho tralasciato l'argomento ma ora è tempo di capire.

Entro questo anno devo capire che piega deve prendere la mia vita.

Se cioè avere una speranza o se deviare aspettative e sogni da quello che per me è sempre stato una certezza.
E lo è stato in maniera inconscia e un po' stupida, ingenua.
Ho fatto i conti senza l'oste, senza tenere in considerazione tutte le variabili,  e anzi scacciando il più possibile, e mettendo a modulo, quelle negative.

Temo che non riuscirò a realizzare un sogno, ora sì che inizio a temerlo davvero.

martedì 1 marzo 2016

Dead men walking

Ultimamente stavo cercando di sviluppare il metodo scientifico per trovarmi l'uomo.
Tutti parametri nella mia testa, calcolati su un foglio Excel emozional-razionale, e via cantando.

Mi accorgo sempre più che questa spasmodica ricerca mi fa rientrare in uno schema che sa di clichè...quello del cercare "il miglior partito" da sposare, per figliare, per sistemarmi.

Ha una matrice ancestrale questa sequenza, psicologicamente risale al l'istinto umano femminile di trovare l'esemplare più adatto a crescere una famiglia, che sia sano pertanto e sufficientemente forte.

Sono vittima quindi del l'istinto, non della razionalità come ho sempre pensato.

Inizio a stancarmi di cercare, perché se c'è un cliché più grande di questo, lo trovo nel paradosso che cerco cerco e vado a imbarcarmi perennemente nell'uomo sbagliato.

Lui è solo l'ultimo della serie.
Fa piacere, tanto piacere sentirmi dire delle cose da lui, avere quell'aria sognante e confusa da innamoramento adolescenziale.
Ma poi è tutta storia già scritta.

Mi spiace già, perché la storia è finita prima di iniziare, siamo dead men walking.
Peccato, perché tutto ciò che se mai ci sarà rimarrà in un lasso di tempo di un baleno.
Ci sveglieremo entrambi, ma lui più di me, e ci guarderemo8 negli occhi per dirci "In un'altra vita, in un mondo perfetto, staremmo benissimo insieme".

lunedì 22 febbraio 2016

Usa e getta

Il mio climax ascendente di stronzate  o, più internettiano, upgrade di complicanze emotive, credo abbia raggiunto il suo massimo.
L'ho baciato.
Pomiciato per di più, come due 15enni, sotto al portone, alla luce del giorno. Troppa luce.

Lui.
47 anni, sposato da...20, 2 figli.
Sono solo cazzi da adesso.

Ci ho sperato per molto tempo, ma sempre con la consapevolezza che non sarebbe mai accaduto, che lui è integerrimo, che era pura utopia.

Come quando pensi di vincere alla lotteria, ma sai che oltre alla fantasia non accadrà mai.

Poi succede la botta di culo, e non sai più come gestirla.
Solo che qui la botta di culo è durata quella pomiciata di meno di 10 minuti.
Il resto sono solo rogne.

Non voglio che le cose tra noi cambino in peggio, ma ormai siamo arrivati al punto di non ritorno, e sarà solo così.

Io starò da cani, il quotidiano diverrà un incubo, ed io dovrò starmene zitta zitta perché in fondo sto casino è una mia creatura.

Io che ho provocato, a volte senza indugi ma proprio perché non immaginavo ci cascasse, sempre con eleganza, ma trasparente; io l'ho arpionato, non so neanche bene come, io che mi sono lasciata sciogliere quando lui si è scoperto.

E sempre io che cerco ancora, a distanza, un contatto. Che non so se viene preso per azzeccoso, per neutro o per gradito.

Non credo di avere coraggio di chiedergli di parlarne, e forse non è neanche nel mio ruolo adesso.
Vorrei solo capire come andare avanti senza essere troppo fredda, troppo ridicola, troppo immatura, troppo paranoica.

La verità è che il gioco lo conduce lui, così come il non-gioco.
Io sono la solita attendista.

Perché quando ti metti in mezzo a situazioni come questa, non puoi avanzare domande, pretese giammai, richieste, attenzioni che sforino la volontà altrui.

Sei lo spettatore della tragedia che si consuma.
Tragedia nel senso classico greco.

Quindi che si fa?
Si tira a campare.
Ho vissuto per 3 giorni in una bolla, svegliandomi di notte a orari improponibili -come nei miei migliori innamoramenti- per pensare e decantare.

Oggi l'impatto con un semplice messaggio è già bastato per rompere la bolla e tornare alla mestizia.

Mi sono innamorata? No, non lo conosco così bene. Invaghita sì, molto.
Quanto basta per avere la sensazione, per un attimo, di camminare per aria.

E l'attimo seguente di scivolare nel girone degli amanti usa e getta.
In realtà, con la mia esperienza, dovrei anche aver imparato a essere questo, in fondo mi calza, e inizio ad avere dubbi sul mio vero scopo nella vita sentimentale.

La verità è che non si è mai abbastanza preparati per un rifiuto, un gesto scostante, un semplice "vorrei ma non posso", che pur rincuora ma non sopisce la voglia.

Analisi razionale fatta, devo solo perfezionarla per trovare quella frase da ripetermi nei prossimi giorni, quella che mi salva da un burrone veramente troppo vicino.

venerdì 12 febbraio 2016

Teorema

Ho capito un passaggio importante per la mia vita sentimentale.
Se vengo scelta, ho paura.
Se scelgo io, ho massima certezza.

Banale? Direi che intanto spiega alcune pieghe venute a galla in altrettante occasioni..ci rifletteró meglio.

mercoledì 10 febbraio 2016

Dannazione

Che sfiga.
Mi inmamoro, o almeno credo.
Mi perdo più che altro, mi incanto, mi accendo.

Ma lui ha famiglia.

venerdì 29 gennaio 2016

Mi hai rotto i coglioni

Quando ce vo ce vo.
3 settimane a fare gli "amici di telefono", e mai una richiesta di vederci.
Mica ti mangio o ti scopo sul tavolino, cribbio.

"Per me è un modo di fare conoscenza" disse così il cristiano ex azione cattolica...
Mi era abbastanza chiara l'antifona ma non sono assolutamente disposta a: 1) attendere l'anno del mai per un appuntamento; 2) elemosinarlo; 3) rimanere impassibile davanti a questa idiozia.

Hai perso tu caro mio, ho questa vaga sensazione.
Ps: SFIGATO.

lunedì 25 gennaio 2016

Desideri

Ho pensato che cercare un ragazzo richiede dedizione, perseveranza e metodo.
Se poi lo faccio dal divano di casa, ha anche il vantaggio che posso dedicare tutta l'attenzione senza mettermi trucco e parrucco.

Cercare un uomo come cercare lavoro.
Diventa un lavoro.
Così "screeno" i social network di incontri e scorro col dito sí/no. Molti, moltissimi no.
Quello ha l'occhio da stupido, quell'altro ha la posa da insicuro, quello mette solo foto con occhiali da sole (è cieco o strabico?), l'altro non ride mai (e non per la posa da figo, ma per pessima dentizione), quello lecca il cane (norme igieniche dimenticate), quello è egocentrico (solo foto a torso nudo), quell'altro beve male (guarda come tiene il bicchiere!), o fuma troppo (in tutte le foto), uno ha lo sguardo da matto (hannibal), troppo pelato,  troppo capellone, troppi tatuaggi, ancora il piercing???, militare (scarto a prescindere), artista o fotografo (mai più),  fissato con lo sport (foto con le peggio attrezzature), o solo con sport estremi (quindi se non hai adrenalina non riesci a campare bene?), e così via per buone mezzore, quasi tutte le sere.
Diventa un esperimento socio-psicologico, pure divertente.

Poi c'è quello che colpisce, lo sguardo azzurro o il sorriso "sincero" (dietro al quale molto spesso si cela un gran paraculo), e incrocio le dita che la preferenza sia reciproca.
Lo è, daje.
Ma la maggior parte poi si perde nelle parole.
"Ciao", "Piacere, X" non sono grandi modi di approcciare.
Poca fantasia denota poca elasticità.
Io ho bisogno di quella, e di ispirazione.
Proprio oggi mi chiedevo quando è stata l'ultima volta che ho giocato con le parole con un uomo.
Tanto, tanto tempo fa.
Si, neanche con l'ultimo mi ispiravo così tanto. C'era sintonia, ma poi ci fregavamo sui contenuti.

Voglio saper giocare con le parole e che l'altro faccia altrettanto.
D'altra parte ho studiato comunicazione,  ed è una mia prerogativa.
Tanti linguaggi, tanti modo per intendersi e al tempo stesso stimolarsi.
Non chiedo l'uomo poliedrico sotuttoio pigmalione, ma cazzo uno sveglio simpatico che sa stare al mondo.
E che non sia fidanzato, convivente o sposato con 2 figli.

Chiedo troppo, chiedo sicuramente troppo.

martedì 19 gennaio 2016

...scomode verità??

Ieri sera ho avuta una lunga, e a tratti bruttissima, ingestibile discussione con quella che mi piace definire la mia migliore amica.
su questo punto poi ci torno.


da che ha iniziato un discorso un po' contorto, strano, avevo intuito che ci fosse aria di ramanzina. fin qui normale amministrazione, ho fatto il callo al suo essere maestrina che deve insegnarmi a come comportarmi con lei, a cosa dire o non dire o "mi ha dato fastidio" o "hai esagerato".


in realtà quella che appariva una discussione come tante si è rivelata una sorte di apocalisse, perchè il suo incentrarsi su basi che credevo solide di certo uno tsunami lo crea, e divampa dentro e fuori di me.
mi sono sentita dire 2 cose che fanno male anche solo a essere ricordate, e vivendole lì al momento ho avuto un misto tra rabbia (tanta), sconcerto, confusione, disperazione.


mi sono sentita dire che lei non si fida di me.
mi sono sentita dire che non si fida perchè ha avuto dei sospetti.
mi sono sentita dire che ha avuto ragione di credere che io fossi invidiosa di lei, ovvero invidiosa che lei avesse trovato una persona.
che in un qualche modo quindi fossi "cattiva", "marcia".


abbiamo parlato, abbiamo gridato, ho pianto tanto, pianto di singhiozzi di frustrazione perchè non posso, non potevo, dimostrarle l'indimostrabile.


non sono sicura abbia realmente recepito la mia posizione, le mie spiegazioni.
ho dubbi sul fatto che le creda vere.


purtroppo quando si inietta sottopelle il dubbio, è davvero difficile estrarlo, perchè tutto si permea di quello.
ma non ho intenzione di chiederle riscontri, non posso angosciarmi così come ero angosciata ieri.


ho pensato stanotte, ho riflettuto tanto, ho decantato e ancora non sento di aver smaltito del tutto questa sbornia.
mi sono fatta delle domande, mi sono chiesta cosa abbia indotto una persona che mi conosce da 15 anni a dubitare di me.


ho scavato nella coscienza, e ho trovato che in un certo senso quei dubbi erano fondati.


sì, invidiosa. ma non cattiva.
invidiosa nella misura in cui aspiro anch'io a quello che lei aveva raggiunto, aspiro ogni santo giorno dei miei anni.
e quando qualcosa attorno a me va bene, per me è un indicatore.
indica che le cose belle accadono, ma non a me.
il gusto agrodolce mi abbraccia, e una sorta di benevola gelosia prende il sopravvento.
così affronto il cambiamento (degli altri) sulla mia pelle, con stizza perchè non è il mio e devo subire, senza averne controllo, delle modifiche alla mia quotidianità con quelle persone, al mio contatto con loro, al mio tempo con loro, alle modalità con cui sono abituata a interagirci.
ma non è tanto l'adattarsi a questo.
è che tutto questo mi parla, mi sussurra continuamente "stai rimanendo da sola".
lo so già di mio e ne soffro, ne ho una paura fottuta, e averne dimostrazione mi devasta.
sto rimanendo da sola, a 32 anni.


invidia, a tratti gelosia, possessione.
sembrano sentimenti estranei a tutti, perchè siamo tutti santi.


forse ci ha visto lungo, più lungo di me.


ho l'impressione che se non ne nasce un'epifania, dall'incontro di ieri molto si è incrinato e continuerà a farlo, inesorabilmente.
io non ho davvero la forza di tirare le redini, sono stanca di star dietro a ciò che non mi sta dietro.


stanca, perchè a volte sarebbe così semplice farsi servire, farsi trasportare invece di avere l'onere di agire, perchè se non agisci tutto crolla o si incrina o si sporca o si tinge di colori che non vuoi.


sono stanca di pensare di alimentare il fuoco con la diavolina.
dura il tempo che dura, e se non ne metti altra e non hai fatto attecchire, il fuoco si spegne.
io ad oggi, e la vedo come una sconfitta, ho deciso che i miei fuochi li lascerò spegnere.
penso sempre che ciò che semini poi raccogli, ma in realtà è una fantasia amara.
in realtà puoi seminare bene, infondere negli altri sentimenti di affetto, stima, comprensione, che però saranno a uso e abuso loro.
una volta seminati, una volta "avviati", passano di padrone, che ne fa ciò che ritiene opportuno.


sento di non essere necessaria a nessun altro che non sia la mia famiglia.
anche la mia amica, che mi piace decantare come migliore amica e che faceva parte della riga sopra, in realtà può fare a meno di me.
migliore e amica non hanno mai sfregato così tanto.


sono sempre io che fatico a fare a meno degli altri, e questo è un brutto vizio che vorrei togliermi.
mi dico che io senza gli altri sono pochezza, ma con gli altri poi sono invidia, gelosia, rancore, disperazione.
passano molto più questi sentimenti che lo spirito di lealtà, la bontà, la dedizione che offro.
forse è ora di non sprecarmi più per questi valori.


dicono che tutti siamo importanti e nessuno indispensabile.


ecco cosa cerco io, essere indispensabile per qualcuno.
quando accadrà, quando lo sarò, potrò guardare dall'alto in basso le persone che non hanno saputo, voluto, capirmi fino in fondo; capiranno che a fronte di alcuni difetti - e nessuno ne è esente- sono pronta a dare tutto.
io quel tutto voglio darlo, ma non ora e non per chi ho attorno.
basta davvero, se di solitudine stiamo trattando, se sto edulcorando la pillola, allora che di solitudine si parli a chiare lettere.


vivrò sola, morirò sola.
sarò il pezzo mancante, il giocattolo rotto, l'occhio strabico.
mi spiace solo che i miei non volevano per me questa vita interiore, e non me ne scuserò mai abbastanza.



venerdì 15 gennaio 2016

Scendere a compromessi

Diciamoci la verità.
Non sono più la ragazzetta smilza di una volta, risento dei kg e degli anni in più.
Non sono Matusalemme, ma vado per i 33 e notoriamente a questa età se non sei accompagnato devi iniziare a farti domande e a porti risposte. Oppure stai per essere messo in croce.
Ma i compiti a casa li faccio da un pezzo, e negli anni giuro che sono diventata molto più flessibile.

Posso accettare di uscire con un ragazzo che in fondo mi sembra sveglio, intelligente, con cui magari ci scappa la pomiciata a fine serata; lo faccio perché in fondo "essere femmina" implica anche questo, una palestra.

Posso pure accettare danni collaterali, tipo che si accolla o vuole farsi una scopata (che mai avrà da me).

Ma proprio non riesco, non posso perché lo devo a me stessa, uscire con uno che ha una leccata di vacca al posto dei capelli.
Passi il cristiano ex azione cattolica, passi il non-proprio-in-forma ma con un bello sguardo, passi il baciatore disperato che confonde la centrifuga con la lingua.

La leccata di vacca no. Ne vale della mi decenza pubblica.

martedì 12 gennaio 2016

L'embolo

...e poi l'ho fatto.
Non che lui non abbia mai avuto percezione, so che l'ha avuta, ma l'embolo della sincerità si è scaraventato fuori dalle dita e ha fatto scrivere cose.

Frivole, per lo più. Frivole per lui, nel senso che quando uno che non vuoi ti si dichiara farà anche piacere ma a na certa, anche sti cazzi.

Io invece ho fatto una piccola operazione a cuore aperto, come forse non mi è mai venuta così spontanea, con gli altri.
Stream of consciousness.
Vomitato tutto.
Che mi piace, che mi è sempre piaciuto, che lo voglio fuori dalla mia testa per non avere un termine di paragone con ipotetici altri.
Che rosico perché non avrò mai la possibilità di dimostrare a me e lui che ciò che penso sia davvero così. Che staremmo bene insieme.

(Sensazioni già note con altri, un copione già visto, ma non lo imparo mai del tutto perché spero ci sia un finale con sorpresa, o più semplicemente un po' di improvvisazione).

Lui replica una frase che secca tutta il mio morbido sputtanamento.
Morbido poi, esteticamente parlando, manco per niente. Ma dentro di me non può sapere quanto mi sono sciolta, perché lo faccio raramente e di solito solo qui.

Lui risponde che pure se fosse accaduto sarebbe durato poco.
Darmi una padellata in faccia avrebbe fatto meno male.

Faccio sempre lo stesso errore: proietto sull'altro le mie emozioni, e così penso che l'altro provi ciò che provo io, ma non lo manifesta perché semplicemente "è timido/non se lo è ancora detto/sta aspettando il momento giusto/si caga sotto".

E invece no, quando giustifico mi sto già dicendo una bitterica verità. Solo che non voglio vederla.

Meccanismi psicologici semplicissimi, lapalissiani, eppure li manco sempre.
Forma cubica nel buco tondo.

domenica 10 gennaio 2016

Credo

Credo nel colpo di fulmine.
Se una persona ti colpisce, 90% si associa alle tue preferenze anche al di fuori dei canoni estetici.

Credo che gli occhi siano il linguaggio principale, e il primo strumento per capire se l'altro è come pensi che sia.

Credo che non mi sono mai sbagliata finora in tutte le volte che mi sono innamorata, interessata, intrigata nei confronti di una persona di sesso opposto.

E credo che questa sia la mia linea guida, credo che non verrà mai tradita perché la sento intimamente.

Chissà chi sarà il prossimo.

venerdì 1 gennaio 2016

La perseveranza, edizione 2016

Psyco dice che devo coltivare la perseveranza.
Quella è la base dell'autostima che mi manca.
Quella è la base, anche, del cercare e trovare un compagno.

Gli ho obiettato che tutti mi dicono, da anni, che "lui arriverà quando meno te lo aspetti", il che stride con la perseveranza della ricerca.
Mi dice che quella, come immaginavo, e' un'emerita cazzata.
Che se voglio trovare devo cercare, e cercare con costanza, e farmi trovare in tutte le occasioni dove ci sia possibilità di conoscere.

Abbiamo elencato palestra, corsi di ballo, recitazione, vino e affini, qualunque cosa mi permetta prima di tutto di estendere il cerchio sociale, e magari di avere anche un argomento comune da trattare con un partecipante "particolare".

Gli ho detto che sono esausta, stanchissima di cercare perché l'ho già fatto senza ricevere risultati.
Mi risponde "Finora".

Mi dice di continuare, di non smettere di perseguire, di non lasciarmi andare alla pigrizia e tantomeno allo sconforto.
Mi dice che ho centrato tutti gli obiettivi, e ne manca solo ("solo") uno, e che ci riuscirò.

Gli ho detto che il gioco delle sedie sta finendo, mi dice è vero ma non sono ancora fuori, e se non ho nessuno è perché nessuno è stato finora alla mia altezza.
Gli chiedo se sono malata, se mi servono medicine.
Mi risponde che no, non sono malata, che per quello di cui ho bisogno, le medicine non servono.

Fluttuo con un lumicino di speranza in mano, sull'orlo di un crepaccio.
Devo assimilare bene i lutti, digerirli e non fare questi paragoni.
Devo scrivere le mie sensazioni per inquadrare meglio, per evitare drammatizzazioni.

Perseveranza è la parola-chiave del 2016.
Ho bisogno di farcela, e questo è il mio augurio.