martedì 13 agosto 2019

Cosa ho imparato (parte 1)

Ho imparato a non fidarmi di chi parte in quinta.
Che contano i fatti, molto meno le parole.

Che sono smaniosa, che ho paura di essere abbandonata come fece P. di punto in bianco 10 anni fa, o F. nel 2014 (la dinamica era simile anche se lì era un'amicizia molto stretta).
Che a un certo punto non riesco a controllare l'ansia perché capisco che qualcosa non va e vorrei prenderne il controllo, che però non dipende da me...e a quel punto pur di avere la sensazione di tirare io il carro metto in atto emotività sotto forma di azioni sgangherate, effimere, che mi facciano però sentire a contatto con l'altra persona.
Una sorta di calmante, che in realtà genere dopo altra ansia quando capisco che la reazione attesa non c'è.
Carico troppo l'altro di intenzioni mie, le proietto su di lui come se lui agisse come me.
La sorpresa nel riconoscere che invece c'è una bella distanza caratteriale è talmente grande che non capisco e mi ostino a chiedere spiegazioni.
Dovute o non.

Ho imparato che devo capire a tutti i costi le intenzioni e le ragioni dell'altro. Per mettermi l'anima in pace, anche se poi potrebbe raccontarmi qualunque cosa.

Ho imparato che il mio orgoglio deve prevalere su tutto, la mia dignità riveste importanza fondamentale e non sono disposta a scendere a compromessi o a mediare su queste caratteristiche.
Il rispetto per me è la cosa più importante.

Ho imparato che soffro davvero di abbandono perché mi sento in colpa che qualcuno possa rifiutarmi, quindi non rispettarmi.
Rifiutarmi, abbandonarmi, non rispettarmi perche non sono degna.
Perche ho un difetto di fabbrica.

Perche sento che quel difetto avrebbe fatto la differenza se non ci fosse stato.

Quindi impazzisco quando vedo che le cose stanno girando male, perché è a lui che do la colpa. È a me che do la colpa.
Se fossi del tutto normale, se non avessi l'endometriosi nessuno mi lascerebbe

O meglio, mi lascerebbero più sinceramente, con motivazioni vere e non celate dietro a scuse per non dire che la colpa è proprio di quello, è proprio mia.

L'abbandono improvviso, poi, non viene dalla famiglia.
Viene da P., che da un giorno all'altro decise che non era il caso e scomparve nelnulla e i miei tentativi di contatto furono visti invadenti, inappropriati, quando riuscii a sentirlo.
Il giorno prima era tutto ok, era tutto ok.

Il rifiuto viene dalla scuola, già da quando ero adolescente dove da come ero vista un fenomeno e un leader dalle amichette delle elementari, alle medie fui "bullizzata" da una ripetente che mi mise in cattiva luce.
Io soffri molto perché poi più cercavo di avvicinarmi più non ci riuscivo.
Poi comunque la morte di Flavio già mi faceva intendere che quelle non erano cose importanti nella vita, che c'era di peggio....per cui mi arresi, soffrendo, capendo che doveva passare.
E passò in effetti. Ma arrivai alle superiori senza una cerchia di amici.

Lì in parte ci fu il riscatto, iniziai ad avere delle amiche ma soffrivo di gelosia/invidia perché una di quelle che mi portavo dalle medie in classe aveva una marcia in più ed era carismatica.
Io non lo ero e seguivo invece di essere seguita.

Poi va beh, se parliamo di rifiuti o peggio di eventi traumatici dell'ego, in seconda superiore ci fu il capolavoro.
Il compagno di classe che faceva fumetti porno su di me, ignara di tutto fino ad un certo punto.

Ridevano di quei fumetti e di me, dicevano che scherzavano ma ridevano di me.
Non andai neanche in gita, per protesta contro quella forma di sessismo.

Intanto le amiche di classe erano vicine ma comunque non si indignavano con i maschi per quello che facevano.

Ultimo abbandono, proprio di queste amiche.
Non avrei pensato di perderle così, senza neanche uno scazzo ma solo col silenzio.
Precedentemente c'era stato un anno in cui non mi vollero in vacanza con loro perché ci avevo scazzato e dopo ci eravamo chiarite.

Ci avevo scazzato perché mi sentivo fuori dal gruppo e lo sapevo che loro facevano cose senza farmi sapere, deliberatamente.
Come se io fossi un problema e non una compagnia.

E più facevo vedere che sapevo, e che rosicavo e che ci stavo male, e più non mi davano grandi spiegazioni, ma solo giustificazioni.

Fino a che non mi sono allontanata io, e ho capito il mio poco valore perché non mi hanno più cercata. Nessuna di loro, mai.
Come se si fossero tolte un peso, una zavorra, sotto la spiegazione "l',ha deciso lei di non parlarci più".

Il gruppo per me è sempre stato importante, ma mi rendo conto che in gruppo io non riesco proprio a farmi benvolere.

Ho imparato che il mio essere puntigliosa e precisa, e pretendere la stessa cosa da chi mi sta accanto, non è una qualità apprezzata.
Non è una qualità, o meglio lo è se rimane confinata nei miei limiti personali.
Se la mostro, la prima parola che viene fuori è "cagacazzi", come mi aveva soprannominata lui in quel mese e mezzo.

È importante l'etichetta che ti mettono addosso, perché è quella che non riuscirai più a staccare.

Ed è quella per cui qualcuno ti allontanerà o inizierà a pensare che ci siano delle incompatibilità che non possono essere superate.

L'abbandono per me è questo, la non accettazione di quello che sono, la visione miope che non guarda ad altre caratteristiche, che si fa bastare un lato solo per comprendere e prendere decisioni.

Me la sono sempre giocata male, come si vede.

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