venerdì 16 agosto 2019

Branchie e polmoni

E poi, a un certo punto, torni alla normalità.
Le chat che ti arrivano sono quelle di mamma, di tuo fratello e dei gruppi delle amiche.
Chat di singoli, rade e rare. Anzi, scomparse.

Pensi che sono 5 settimane che non hai più l'abitudine a quella telefonata la mattina e nel tardo pomeriggio, che l'hai sostituita o semplicemente...dimenticata.

Forse.

Rivedi tutto con l'occhio della razionalità, non piangi più a parlarne, anche le notti si fanno un po' più gestibili coi pensieri.
Certo, non hai manco pensiero per qualcun altro, ma ci sei abituata.
Anzi, il caos susseguente alla tempesta è stato quasi una condizione più unica che rara, perché è sempre accaduto che non ci fosse nessun altro quantomeno a distrarti.

Finite le uscite con single, rimane l'ultima parte d'estate che dovrebbe suonare come quella più attiva: adesso arriva il meglio, le ferie e la vacanza.

Ci si abitua al silenzio, alla nuova solitudine, al pensiero che non ci sia gran che da fare per modificare la situazione; ci si abitua, il che non significa che si stia bene o che non ci si pensi più.
Non con la stessa intensità, certo, e di nuovo quella sensazione di astrattismo della persona che diventa entità.

Mi inizia a interessare meno, o meglio forse, dò  meno di matto a pensarlo con un'altra che non sia io o la moglie. Mi dico che non è più un mio problema.
Mi dico che poteva essere cazzo l'occasione della vita, poi mi rendo conto che chiunque incontri ora sulla mia strada e che mi dia retta lo assumo come occasione della vita.

Quindi non realmente lui, ma un "lui" generico.

Torno a concentrarmi su un po' di cose, finanze in primis perché non ho davvero idea di dove ho veicolato i miei soldi nell'ultimo trimestre.

Soldi, che ora potrebbero fare la differenza per un paio di progetti che ho in mente...

Sempre troppo pochi per chi come me vuol mettere mano a tante cose e possibilmente tutte insieme, facendo una botta di testa.

Che strano ricominciare a pensare davvero solo per me.
Come se tornassi a ossigenarmi con i polmoni dopo aver utilizzato le branchie.
Entrambi fanno respirare, in realtà...

Va beh, comunque meglio coi polmoni che senza aria affaticata, questo è dato per scontato.
Riparto da me, dopo questo sconquassamento, ancora frastornata dal fischio alle orecchie che ha prodotto questo sparo di un mese.

Poi mi dico, oh è stato un mese.

Mi sono sembrati 10 anni...
La verità è che mi ha fatto quasi più male il pensiero di non potermi fermare e adagiare ancora, per continuare a camminare, che la delusione in sè.

Quando sei esausto e hai i piedi finiti, le vesciche che fanno male, il fiato corto, e vedi quel bel prato dove riposare, che si staglia all'improvviso....non ti sembra vero.
Ti sdrai e dici, ma quasi quasi io qui ci faccio casa, si sta così bene!

Poi scopri che in realtà è pieno di vipere, di insetti pericolosi, e mentre stai appoggiando l'ombra del primo mattone qualcosa ti morde il polpaccio, e scappa via.

Sanguinante, capisci che quell'anfratto era solo una sosta, che il tuo villaggio è ancora lontano.

La frustrazione e l'impotenza ti atterrano dicendo "meglio morire qui piuttosto che rimetterci in marcia, siamo ancora senza energie".
Invece l'istinto di conservazione ti fa alzare in piedi ancora sanguinante, tremulo, incazzato e piangente, cercando le poche energie rimaste per scappare da lì.

Di nuovo in viaggio, addolorato perché non sai dove ti porterà e perché sai che quel luogo che avevi trovato, seppur perfetto, era inospitale e ingestibile, non bonificabile.
Doppia sconfitta o pari e patta con un'opportunità?
Di certo, la migliore soluzione per non morire.


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