Tu te ne vai, e mi lasci qua.
Ad affrontare un abbandono senza ancora questo nome, orfano, perché non so neanche il motivo. Lo sai solo tu.
Non vuoi dirmelo o non ti interessa farlo.
Tanto sono io che devo affrontarlo.
E soprattutto stavolta non posso dire "non lo affronto".
E' cemento fresco, va raffreddandosi e compattandosi.
È un buco nelle vene con l'ago ancora dentro.
Ha la parvenza di una dolce morte, sai quelle che ti addormenti e non ti svegli più, e nessuno ti ha "informato".
Tu te ne vai, e io qui ad affrontare non solamente la tua assenza, ma la tua tignosa indifferenza, quelle preghiere mie andate a vuoto per farti parlare, scrivere.
Non mi hai lasciato nulla, hai deciso che è così e non si torna indietro.
Devo affrontare la tua cecità, neanche miopia, e il tuo muoverti a scatti sbattendo più volte sulle mie caviglie.
Devo affrontare la tua lucidità che a me manca, una razionalità che non ti ho mai visto così in forma.
Sei anaffettivo, si, ma non pensavo così algido.
Affrontero' una routine che si schianta al muro, si infrange e di cui cadono di sotto pezzetti microscopici ma preziosissimi.
Non me lo merito, per tutto l'affetto che finora ti ho dato, dimostrato, forse fino al punto da farti agire così.
Cercherò di affrontare il lato positivo, se ancora riuscirò a vederlo. Quello delle tante risate fatte a fronte di altrettante sane bevute, nozioni di cultura, ore al telefono, mangiate sacre e profane, notti in quella casa che parla tanto di tua madre.
Sarò costretta ad affrontare questo mio senso di colpa, di averti lasciato andare senza che me ne accorgessi, senza aver potuto intuire l'attimo prima del tuo abbandono.