...e poi l'ho fatto.
Non che lui non abbia mai avuto percezione, so che l'ha avuta, ma l'embolo della sincerità si è scaraventato fuori dalle dita e ha fatto scrivere cose.
Frivole, per lo più. Frivole per lui, nel senso che quando uno che non vuoi ti si dichiara farà anche piacere ma a na certa, anche sti cazzi.
Io invece ho fatto una piccola operazione a cuore aperto, come forse non mi è mai venuta così spontanea, con gli altri.
Stream of consciousness.
Vomitato tutto.
Che mi piace, che mi è sempre piaciuto, che lo voglio fuori dalla mia testa per non avere un termine di paragone con ipotetici altri.
Che rosico perché non avrò mai la possibilità di dimostrare a me e lui che ciò che penso sia davvero così. Che staremmo bene insieme.
(Sensazioni già note con altri, un copione già visto, ma non lo imparo mai del tutto perché spero ci sia un finale con sorpresa, o più semplicemente un po' di improvvisazione).
Lui replica una frase che secca tutta il mio morbido sputtanamento.
Morbido poi, esteticamente parlando, manco per niente. Ma dentro di me non può sapere quanto mi sono sciolta, perché lo faccio raramente e di solito solo qui.
Lui risponde che pure se fosse accaduto sarebbe durato poco.
Darmi una padellata in faccia avrebbe fatto meno male.
Faccio sempre lo stesso errore: proietto sull'altro le mie emozioni, e così penso che l'altro provi ciò che provo io, ma non lo manifesta perché semplicemente "è timido/non se lo è ancora detto/sta aspettando il momento giusto/si caga sotto".
E invece no, quando giustifico mi sto già dicendo una bitterica verità. Solo che non voglio vederla.
Meccanismi psicologici semplicissimi, lapalissiani, eppure li manco sempre.
Forma cubica nel buco tondo.
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