La questione è molto semplice.
Si sceglie il meglio per sè stessi, è un istinto ancestrale.
Così che piccole sfumature che magari sottovalutiamo di noi stesse, diventano giganti mammut per l'altro, è di conseguenza impenetrabili foschie di goccette d'ansia per noi che non ci arriviamo a capirlo.
Probabilmente quel meglio di me non l'ho dato, me ne rendo conto benissimo...
Conta così tanto però per il buon andamento della storia, così tanto che io sto qui a mangiarmi le mani e magari di là dal muro del silenzio, neanche ci pensa più.
Ecco, la differenza irrisolvibile tra uomo e donna: il primo agisce, la seconda rimugina.
Faccio un tonfo nel clichè più sdrucciolevole.
Cazzo, la caduta fa male.
Il mio orgoglio è la caviglia distorta.
Lui, la buccia di banana.
Dovrei imparare a sorridere di queste bombe d'acqua autunnali che insistono sul tetto delle mie emozioni; in fondo non si sgretolerà per 4 gocce.
Invece no, per sicurezza chiamo il muratore nonostante il danno sia minimo, giusto qualche tegola spaccata.
E il muratore furbo che fa, dice che la impermeabilità del tetto è più scrausa di quanto si aspettasse, e quindi il danno è più costoso.
Così quel tetto diventa cadente ai miei occhi, e anzi mi pare di vedere anche un paio di macchie d'umidità nelle pareti interne.
Se ci avessi riso su, non avrei pagato nessun danno.
Così funziona la mia mente emotiva; quella infantile che chissà da dove stracazzo ha messo a punto quel senso di abbandono e rifiuto (una mezza idea ce l'ho, ma mi sembra esagerata), e lascia quindi il passo all'irrazionalità che non vede l'ora di metterci il carico.
Torno bambina, sperduta come oggi a ora di pranzo mentre vagavo a piedi in preda ai pensieri più misti e assurdi.
Sono io o non voglio più esserlo?
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